Le Mura Veneziane di Bergamo

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Associati: – Walled Towns Friendship Circle – Istituto Italiano dei Castelli
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Le Mura Veneziane di Bergamo

La decisione di dotare la città di Bergamo di una cinta muraria risale al 1560-61, Bergamo appartiene a Venezia ormai da un secolo e mezzo, da quella pace di Ferrara conclusa tra Francesco Foscari e Filippo Maria Visconti che nel 1428 l’aveva sottratta definitivamente al possesso milanese. Il progetto delle mura è elaborato dal Governatore generale Sforza Pallavicino, ed è in un primo tempo modesto. Esso prevede la costruzione di un vasto terrapieno, con pochissime opere murarie. Nonostante le proteste dei Bergamaschi, che vedono la loro città snaturata e stravolta, i lavori iniziano il 31 luglio 1561, e in tre mesi sono portati a termine. A questo punto però il piano iniziale viene abbandonato, e si decide di porre mano a quell’impresa ben più vasta e complessa che è la costruzione delle mura come ancor oggi esistono. Il progetto iniziale di Sforza Pallavicino ipotizzava due mesi di lavoro e una spesa di 40.000 ducati. Alle mura, nella loro forma definitiva, si lavorò in realtà per 29 anni con una spesa di un milione dì ducati.
E’ legittimo interrogarsi sulle ragioni che spinsero Venezia nel 1560 a costruire il terrapieno e poi l’anno successivo a trasformarlo in uno dei più possenti sistemi fortificati d’Europa. Queste ragioni sono essenzialmente politiche. Rispetto agli altri stati italiani Venezia ha caratteristiche assai particolari e specifiche:

  • può contare sulla fedeltà dei propri sudditi, legati a lei da un’amministrazione oculata e saggia
  • possiede una diplomazia tradizionalmente scaltra e abile, che spesso funge da apparato informativo
  • ha un’economia sana, a differenza di Roma o di Firenze
  • concepisce i rapporti tra Stato e Chiesa in modo più affine al mondo bizantino che al mondo occidentale, in una sorta di cesaropapismo che assoggetta la religione alle esigenze primarie dello Stato e della sua politica
  • nei suoi territori la cultura e l’insegnamento sono di conseguenza assai più liberi che nel resto d’Italia:
  • Pomponazzi, Cremonini, Galileo sono in tempi diversi pilastri dell’Università di Padova
  • ha una duplice anima, marittima e terrestre. La terraferma in particolare le garantisce grano, soldati, vie commerciali attraverso le Alpi.

I conflitti tra Francesco I e Carlo V nella prima metà del Cinquecento le hanno permesso, pur tra alti e bassi, di sostenere un ruolo, e di giocare su diversi tavoli. La pace di Noyon, in particolare, le ha assegnato un posto di preminenza nell’Italia del Nord-est, in contrapposizione alla Francia e alle sue ambizioni milanesi. Ma dalla morte di Francesco II Sforza, nel 1535, a Milano sono ormai stabilmente insediati gli Spagnoli. Negli anni che immediatamente precedono il 1560 il panorama europeo è inoltre cambiato radicalmente. Nel 1556 Carlo V abdica, e gli succedono in Spagna il figlio Filippo, in Austria il fratello Ferdinando. Nel 1557 la battaglia di San Quintino e due anni dopo la pace di Chateau-Cambrésis sanciscono un nuovo equilibrio che vede rientrare in gioco, tra l’altro, la casa di Savoia, e riporta l’Italia sotto il predominio spagnolo. Nello stesso anno 1559 muoiono poi i due principali nemici della Spagna, a Roma Paolo IV e in Francia Enrico II. Tutto questo è destinato ad avere conseguenze drammatiche. Innanzi tutto non esiste più un Impero comprendente Spagna e Austria, chiamato per sua natura ad esercitare un ruolo universale, di mediazione e pacificazione. Spagna e Austria sono ormai due potenze indipendente, coniugate e alleate, ma ciascuna con mire politiche proprie. In particolare la Spagna dove assicurare il collegamento tra i due nuclei che formano in Europa i domini di Filippo II, penisola iberica e Fiandre. E poiché questa strada non può passare nei territori della Francia, eterna nemica, né lungo l’Oceano e la Manica, infestati dalle navi inglesi, rimane libero il solo passaggio attraverso Genova, Milanese, Alpi, proprio ai confini con le terre della Serenissima e con Bergamo. La Francia, che con la morte di Enrico II precipita in una lunghissima crisi dinastica e nelle trentennali guerre di religione non è più in grado, da parte sua, dì contrapporsi ulteriormente alla Spagna e di frenarne le ambizioni.
La seconda grande svolta di metà secolo concerne l’enorme problema dei conflitti religiosi. Sono passati ormai parecchi anni da quel fatale 1517 in cui Luterò affìgge a Wittemberg le sue famose tesi. L’Europa cattolica e la Chiesa di Roma hanno dapprima sottovalutato il problema, poi hanno tentato di incanalare la riforma protestante nelle linee del moderatismo erasmiano, infine hanno usato l’arma della repressione. La prima seduta del Concilio di Trento, tra il 1542 e il 1543 è stata caratterizzata, soprattutto agli inizi, da una forte presenza di spirito erasmiano.
Erasmo da Rotterdam, principe degli umanisti nei primi decenni del Cinquecento, è il punto di riferimento per quanti pensano ad una riforma interna della Chiesa: superamento delle superstizioni medievali, recupero filologico dei testi sacri, austerità e rigore morale, abbandono delle ambizioni politiche temporali perseguito dai grandi Papi del Rinascimento, questi i princìpi a cui si riferiscono tutti coloro che, anche dopo il fallimento della dieta di Ratisbona continuano ad auspicare il rientro della Riforma luterana nel binario maestro della Chiesa Cattolica Romana. E’ una politica a cui Venezia è sempre favorevole. Gaspare Contarini e Pietro Bembo, Giberti vescovo dì Verona, l’abate Cortese di San Giorgio Maggiore sono i più noti esponenti veneziani di un movimento a cui fanno capo Reginaldo Pole, Gian Pietro Carafa, Bernardino Ochino, Pier Martire Vermigli. L’avvento al soglio pontificio dì Paolo III Farnese nel 1534, e la quasi immediata nomina a cardinale dei più illustri erasmiani hanno fatto pensare per un attimo che anche la Chiesa si avviasse lungo la strada moderata. Ma proprio mentre è in corso il primo Concilio di Trento si assiste a una svolta. In Spagna si è ormai affermata una forte convergenza tra Corona, Chiesa, Ordine domenicano e Inquisizione. Queste quattro forze riunite hanno ottenuto successi straordinari nella lotta contro l’eresia, e Carafa stesso ha potuto osservarli in un proprio viaggio. Comincia così la repressione: è riorganizzato il Santo Uffizio, a Napoli e in Sicilia l’Inquisizione segue l’esempio spagnolo, si stringono i freni su tutto il fronte. Con Giulio III Del Monte tra il 1550 e il 7555, e poi ancor più con Paolo IV Carafa tra il 1555 e il 1559 cominciano a cadere le teste: Vermigli fugge da Lucca, Ochino fugge da Siena, Vergerio dovrà lasciare Capodistria, Morene sarà incarcerato, persino Pole dovrà discolparsi davanti al Santo Uffizio. Naturalmente con le persone di rango minore si procede in modi anche più spicci: 25 ebrei di Ancona, rei di apostasia, saranno strangolati su esplicito ordine di Paolo IV nel 1556. Tutto questo non può non preoccupare Venezia, pronta ad utilizzare la Controriforma per schiacciare pericolose rivolte contadine, ma ben decisa a non lasciar penetrare Inquisizione nei propri domini. Istituendo una nuova magistratura, i “Savi all’eresia”, Venezia aderisce apparentemente alla Controriforma, e sembra prestarle il proprio braccio, in realtà si tratta di un’abile manovra per anticipare ogni possibile invadenza dell’Inquisizione.
Non c’è da stupirsi allora se Venezia si senta assediata.
I Turchi, a Est, gli Spagnoli a ovest sono i campioni di due sistemi in cui religione e potere politico si legittimano a vicenda: due sistemi monolitici, accentratori e per definizione intolleranti, all’interno e all’esterno. Il Re Cattolico, in particolare, potrebbe trovare nel ruolo così rapidamente e volentieri assunto di paladino della religione, mille pretesti per una politica di invadenza e, perché no, di aggressione. Per rimanere “terra di libertà’, l’unica terra di libertà in Europa accanto all’Olanda, Venezia doveva, come l’Olanda, essere pronta a difendere i propri confini palmo a palmo, senza esitazioni e senza badare a sacrifici. Qualcuno ha scritto che non, essendoci mai stata una guerra in terra di Bergamo, le Mura di fatto non servirono mai a nulla. Forse, più propriamente, si potrebbe capovolgere questa affermazione, e dire che il vero utilizzo delle mura fu proprio nella loro capacità di dissuadere gli Spagnoli o chi per essi da ogni velleità aggressiva.

Giorgio Mirandola

Le Mura Veneziane di Bergamoultima modifica: 2009-04-07T09:47:00+02:00da amicimura1a
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