La porta del morto .. in “storie dimenticate”

porta del mortoChi vuole andare alla ricerca di sussulti e brividi nelle strette vie medievali di Città Alta non ha che l’imbarazzo della scelta. Non basta però volgere lo sguardo incantato alla storica Piazza Vecchia o alle facciate monumentali, occorre aguzzare la vista, puntare i dettagli, sbirciare fra le pietre. È lì che si annidano macabri racconti, che narrano le gesta dei boia e i lamenti dei condannati al rogo o all’impiccagione. C’è qualcosa di funereo, che si può toccare decisamente con mano, in alcune vie di Città Alta che i turisti percorrono quotidianamente, senza conoscere le pagine di una storia tutt’altro che felice. Una di queste è via Rocca. Salendo, sul lato destro, dopo poche decine di metri, si nota sulla facciata di un’abitazione un susseguirsi di porte sormontate da archi, attaccati l’un l’altro. Questo è uno dei palazzi più antichi di Bergamo Alta. Una lapide ricorda che qui ebbe sede (dal 1300) il Consorzio della Misericordia (MIA), istituzione a favore di poveri, malati, religiosi e bisognosi. È probabile che in questo edificio, un tempo, si svolgessero anche attività artigianali o di commercio. Fra queste porte d’ingresso, la terza e la quinta porta sono decisamente più strette rispetto alle altre e appaiono murate. Sono le «Porte del morto». Si tratta di un’apertura delle case medievali presente anche in altre città italiane, specie in Toscana e in Umbria. La porta si distingue dall’ingresso principale anche per essere rialzata rispetto al piano stradale. Qual è il motivo di questo insolita struttura architettonica? Il suo nome si deve all’usanza – in quel tempo – di fare uscire la bara non dall’ingresso principale, ma dalla porta più stretta. Subito dopo il passaggio del caro estinto la soglia veniva murata. Oltrepassarla da vivo sarebbe stato di cattivo auspicio. Anzi chi la varcava – anche solo per sbaglio – veniva considerato già morto per i familiari. Così accadde per Santa Chiara che per seguire San Francesco passò da quella porta, così come aveva fatto il Poverello d’Assisi lasciando la casa paterna. Forse un gesto simbolico per dare l’addio alle cose terrene e seguire una vita spirituale. C’è anche un’altra spiegazione, tuttavia non legata ad aspetti spirituali o a credenze popolari bensì ad aspetti più terreni e pratici. L’apertura sarebbe stata realizzata solo per motivi di spazi: le ripide scale non avrebbero consentito di ruotare la bara per l’uscita che pertanto veniva portata all’esterno dalla porta più stretta, forse più vicina ai gradini. Anche in via Solata si può notare un’altra porticina destinata al passaggio del defunto: si trova nelle immediate vicinanze della torre della chiesa di San Pancrazio. Secondo taluni studiosi, l’origine della Porta del morto è etrusca. Nelle tombe di questo popolo esisteva quindi una «finta porta», spesso disegnata, a indicare che lì sarebbero passate le anime dei defunti, ma il passaggio (murato) era naturalmente impossibile per i viventi. In epoca romana, questo aspetto viene presentato come il «limes» dell’uscio di casa, varcato dal defunto una sola volta. Nel Medioevo la Porta veniva murata perché così si sarebbe impedito il ritorno della morte in quella casa. Per altri l’origine risalirebbe alle civiltà egizie. Le tombe delle prime dinastie faraoniche – quasi 3000 anni a.C. – chiamate màstabe venivano usate per la sepoltura dei faraoni. Successivamente gli stessi furono sepolti delle piramidi, mentre le màstabe destinate a dignitari di corte. Sulla facciata della mastaba vi è una «finta porta» con il nome e i titoli del defunto, riproducente con stipiti e architrave la forma di una porta. Era il simbolo del passaggio tra il mondo dei vivi a quello dei morti. Quella che potrebbe invece essere definita una variante della Porta del morto è la Porta della Sposa. La tradizione vuole che venisse aperta per consentire l’ingresso della stessa nella sua nuova dimora dopo le nozze. Subito dopo, il passaggio veniva murato. Ma quando la sposa oltrepassava lo stretto uscio non avvertiva il profumo dei fiori d’arancio, piuttosto quello dell’incenso. Il pensiero in quel frangente era anche rivolto a un lontano giorno quando la porta sarebbe stata riaperta per far passare il suo cadavere. Un esempio si trova a Brembate Sopra, in contrada Tresolzio, dove ci si imbatte in una magnifica villa, proprietà Terzi di Sant’Agata, dove un tempo sorgeva un castello. Proprio qui su un muro di recinzione si trovano i segni del passaggio. La fenditura è chiusa. Calce e mattoni hanno sepolto il ricordo di quell’insolito luogo capace di suscitare emozioni contrastanti: la gioia delle nozze, il dolore per la futura morte.

Emanuele Roncalli per “Storie dimenticate” – 24/09/13 – Eco di Bergamo

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